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Rosi Giua ci racconta la mostra Cosmomed

La mostra al Lazzaretto in CosmoMed è curata da Efisio Carbone con gli allestimenti di Rosi Giua

È un ambito espositivo multimediale presso la sala Archi del Lazzaretto, con allestimento di percorsi multimediali (video, fotografia, sonoro, istallazioni) a cura di Rosi Giua ed Efisio Carbone, che rilegge e reinterpreta gli esiti di più di una decina di progetti, coinvolgendo oltre una cinquantina di autori (con l’apporto di quaranta bambini-autori e il contributi artistici di Monica Lugas, Lea Gramsdorff e Simone Dulcis e, disposti in altra sala, di Casa Falconieri e dell’Accademia d’Arte di Cagliari).

Cosmopolitismo: la consapevolezza di essere cittadini del mondo. Questa parola è molto antica. Inventata dai filosofi greci, rimanda alla concezione del Mondo e a chi lo abita: il cosmo (koquoc, l’universo ordinato) e il cittadino (nolitns). Di un Mondo inteso come una grande Polis che abbraccia il pianeta tutto. Nel corso di 2500 anni, attraversando la storia e i luoghi di questo mondo, il significato del cosmopolitismo è mutato. Si è trasformato e continua a farlo, assumendo varie accezioni. Ma la parola è ancora qui oggi in mezzo a noi, ad animare il dibattito della ricerca universitaria, il dibattito della sfera politica e di quella civile. Però, il cosmopolitismo è anche prassi sociale. Pratica individuale, cosciente o inconsapevole, e prassi collettiva.

E’ una pratica ordinaria del quotidiano e del territorio, una pratica operatoria, esplicita, situata o conflittuale che sia. E ciò vale tanto nel passato, che nel Mondo globalizzato e digitale della nostra contemporaneità transnazionale, purtroppo non esente da derive di disumanizzazione. Quali sono le capacità delle società a integrare e mobilitare le “pluralità di appartenenze”?, si chiede il filosofo Pascal Bruckner (Le vertige de Babel, 2000).

Nella vita non contano i passi che fai, né le scarpe che usi, ma le impronte che lasci.

La nostra lettura del cosmopolitismo – quella di Cosmomed – scevra dal ritenersi elogio acritico di una società armonica, priva di tensioni o di conflitti fra gruppi, comunità o minoranze nello spazio della Terra, va colta come un’indagine e un’interrogazione sulle possibilità pragmatiche che hanno le società di costruire forme di convivenza ed inclusione nella complessità identitaria del mondo, che è fatto di diversità culturale, religiosa, etnica e linguistica. Ad essere indagate sono qui le geografie del Mediterraneo. Quel “mare di mezzo” che bagna le nostre terre, fatto di approdi, di scali e di transiti e d’incontri; ma anche di esodi, di frontiere invisibili e liquide, di scontri e di naufragi.

Quel Mediterraneo di cui il cosmopolitismo è l’essenza e l’anima: un valore che si è generato passando attraverso quel cosmopolitismo pre-moderno dell’imperialità romana o ottomana, per quello asimmetrico ed egemonico delle società coloniali dell’800, per poi risorgere ancora oggi, a dispetto delle chiusure identitarie cristallizzate nelle indipendenze nazionali del Mediterraneo della seconda metà del ‘900 e delle derive dei nuovi nazionalismi contemporanei detti post-identitari e anti-comunitari.

Rosi Giua ci racconta la mostra Cosmomed

 
 
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