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Stay a casa & press play Ramprasad di Flavio Secchi

Oltre la vibrazione: Ramprasad di Flavio Secchi

Suoni che profumano di cultura indiana, synth e chitarra, giocano fra loro in un girotondo musicale di emozioni leggere e al contempo profonde: Ramprasad. 

Ciao Ram, inizio con una domanda semplice: come stai?

Ciao! Bene, grazie a Dio. Spero anche tu.

Qualcuno se lo sarà chiesto, io già lo so ma faccio finta di no. All’anagrafe il tuo nome è Flavio Secchi, così come il nome che compare nei primi due tuoi dischi: Flavio Secchi & the hall kitchen e Parole per chitarra. Da qualche tempo però vesti un nuovo nome: Ramprasad.

Ci racconti come mai di questo cambio?

Volentieri! Anzi, grazie della domanda! Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, data la mia professione, non è un nome d’arte e non è un soprannome. E’, da poco più di un anno a questa parte, il mio vero nome. Ha un significato religioso, significa “Dono di Dio”. E’ il nome che ho ricevuto insieme all’iniziazione al Kriya Yoga, una disciplina yogica insegnata da Paramhansa Yogananda (l’autore di “Autobiografia di uno yogi”). Il mio percorso yogico è iniziato circa tre anni fa – anche se a me piace pensare che sia iniziato molte vite fa, e ripreso in questa negli ultimi anni -. All’inizio mi sono appassionato all’Hatha Yoga, quel sistema fatto di posizioni e respirazione che tutti conoscono semplicemente come “yoga”, e poi ho scoperto che era solo la punta dell’iceberg. Approfondendo gli insegnamenti, ho “incontrato” Yogananda, ed è stata letteralmente una folgorazione. Era come se tutto quello che aveva segnato il mio percorso fino a quel momento (il cristianesimo, il buddhismo, l’esoterismo, la psicologia, ecc.) trovasse in quegli insegnamenti un pieno compimento, una centratura e vi fosse mirabilmente contenuto in un unico, coerente corpus di conoscenza. Quindi ho iniziato a praticare il Raja Yoga, di cui l’attività più significativa è la meditazione, presso l’Ananda Satsang di Assisi. Con l’iniziazione al Kriya Yoga (la tecnica più “avanzata” tra quelle insegnate da Yogananda) ho ricevuto il nome di Ram Prasad. Si potrebbero dire molte altre cose a riguardo ma non voglio dilungarmi troppo.

Dalla musica alla sperimentazione con Ramprasad

Sei un musicista eclettico, il cui stile è parzialmente contaminato dal cantautorato italiano, in particolare Dalla con qualche punta di De Gregori, ma nell’ultimo periodo stai sperimentando con sintetizzatori e consolle.

Verso che direzione ti stai muovendo? O sei alla ricerca di qualcosa senza avere una meta prefissata?

Come giustamente hai detto, il mio percorso musicale è molto sfaccettato. Sicuramente la mia matrice musicale è il jazz, che non ho mai smesso di studiare, anche se per me non è un genere, è più un approccio, applicabile a qualsiasi tipo di musica. Riguardo il percorso autorale, è iniziato sette anni fa con un certo gusto “black”, che forse è percepibile nel mio primo disco. Nel secondo si è perso, in favore di un’attitudine più pop, dovuta in parte alla collaborazione col mio produttore Massimo Satta, collaboratore storico di Mogol e non solo. Il secondo disco, di fatto è di entrambi. Un bel lavoro, secondo me. Collaborare con Max mi ha insegnato tanto. In effetti, insieme alle canzoni, ho sempre scritto anche qualche pezzo parlato, ma non li ho mai inseriti negli album perché li trovavo un po’ fuori contesto.

Da qualche tempo, con la ripresa degli studi jazzistici al conservatorio e l’inizio della nuova avventura come DJ, ho deciso di riprendere in mano la mia passione per la blackmusic e sto approfondendo con grande entusiasmo la cultura hip-hop. È un po’ come tornare a quando iniziavo a studiare il jazz, a sedici anni. L’hip-hop è fantastico. Un universo di idee e stimoli, e la sua commistione col jazz è una delle cose più elettrizzanti che ho sentito da molto tempo a questa parte.

Il campionatore è uno strumento meraviglioso, è stato amore “a primo beat”. Nel mio terzo album che si intitolerà RAM3.1 – il nome della mia band -, attualmente in preparazione con S’Ardmusic, non mancheranno influenze hip-hop ed elettroniche. Non sarà un album di Rap, ma stiliticamente un passo avanti rispetto ai precedenti.

Sto iniziando a scrivere dei pezzi rap, che con ogni probabilità usciranno, se Dio vorrà, con un progetto parallelo ai RAM3.1.

Nuovi strumenti di sperimentazione

Secondo te, strumenti come l’harmonium o il sitar, sonorità che insomma non appartengono allo scenario musicale al quale siamo abituati salvo qualche piccola eccezione, penso ad esempio a Paolo Tofani e la sua collaborazione con Claudio Rocchi o Beppe Brotto con Gianni Maroccolo, possono avere più spazio nella tua musica futura?

Non escludo di impiegare Harmonium e tanpura nei miei pezzi, ma per il momento l’utilizzo che ne faccio è solo in ambito spirituale. Fondamentalmente li uso per pregare e cantare i mantra prima di meditare.

Come è cambiato il tuo approccio con la “vibrazione” che uno strumento riesce a generare da quando hai iniziato il tuo percorso di meditazione?

È cambiata ogni cosa. La percezione intuitiva, che molti hanno chiamato “sesto senso”, al pari degli altri sensi, può essere affinata, potenziata, e ovviamente consente di percepire le cose non solo per il loro aspetto, o suono, o profumo o consistenza, ma anche per la loro vibrazione, o se preferisci – per non creare confusione con le “vibrazioni” sonore della musica, per cui anche l’orecchio è un ottimo mezzo – per la loro ENERGIA. Va da sé che, aggiungendo un senso alla percezione di una cosa, essa stessa non sembri più quella di prima. Prova a percepire qualcosa di nuovo tenendo gli occhi chiusi, poi aprili, e dimmi se cambia.

Musica: tra passato e presente

E come è cambiato, se è cambiato, il messaggio che vuoi trasmettere con la tua musica fra il passato e il presente?

Questa è una domanda molto utile ma che, confesso, mi mette anche un po’ in imbarazzo. In realtà ho sempre scritto in risposta a un’urgenza creativa – per così dire – ma non mi son mai preoccupato di fare una musica “per”. A volte penso che dovrei, come artista, provare a porre un messaggio positivo, magari di incoraggiamento, o di speranza, dei valori in cui credo. Ma se l’ho fatto, fin’ora, non è stato con un fine strumentale, ma solo perché in effetti era ciò che avevo dentro. In questo forse l’esempio più emblematico è “la canzone dell’amicizia”. Ho ricevuto molti feedback positivi da quel pezzo, e ne sono davvero felice, ma in effetti quando l’ho scritto non immaginavo affatto che potesse avere un’eco del genere. In realtà volevo solo tirare su il morale di un’amica lontana da casa.

Torniamo al tuo secondo disco: Parole per chitarra. Come suggerisce il titolo è accompagnato da un libretto che sul web, evidentemente, non abbiamo il piacere di sfogliare ma vorremmo provare a farlo ugualmente. Ci racconti qualche retroscena del disco?

Volentieri. Come stavo accennando prima, quel disco è il risultato del mio incontro col produttore (e ora grande amico) Massimo Satta. Ha sempre creduto in me, e senza dubbio mi ha insegnato tanto, sia su come si affronta il lavoro di produzione di un disco, sia su come si possono mettere a fuoco le proprie peculiarità. È uno dei pochissimi che non mi ha mai dato del pazzo quando “cambiavo suono”. Tutt’ora, anche se non stiamo lavorando insieme al momento, è un punto di riferimento per consigli e informazioni. L’idea di unire editorialmente il disco a un libro di racconti brevi non ricordo esattamente di chi sia stata, ma è subito piaciuta a tutto lo staff. Avevo un certo numero di poesie e racconti. All’inizio si pensava di metterne entrambi, invece, essendoci già i testi delle canzoni, abbiamo deciso di tenere solo i racconti in prosa.

La canzone dell’amicizia

Ero sicuro avessi un terzo disco in uscita: cosa conterrà e verso dove è orientato?

Come accennavo, il terzo album di canzoni è in produzione per l’etichetta S’Ardmusic di Michele Palmas, e porta il nome della mia band, i RAM3.1. Conterrà canzoni scritte nell’arco degli ultimi due anni. Non voglio fare troppe anticipazioni, ma posso dire che suonerà meno tradizionale. Ci sarà un po’ di elettronica e – forse è il caso di dire “finalmente” – un po’ più di chitarra. Oltre, come dicevo, una componente hip-hop.

“Non potendo andare fuori, andiamo dentro”. Ti anticipo la risposta su come hai preso questo periodo di quarantena. Ho indovinato?

Totalmente. La mia quarantena sta scorrendo equamente distribuita tra yoga, meditazione, studio e videolezioni al conservatorio. Uno dei primi insegnamenti che mi ha dato lo yoga è quello della regolarità. Le mie giornate sono scandite in modo abbastanza netto. Sveglia alle 6, alle 7 Ashtanga Yoga, alle 8:30 meditazione, verso le 10 inizio a studiare, pranzo, studio e alle 18:00 meditazione in streaming con Ananda. Poi cena, lettura e a nanna. In effetti tutto qui.

E ora invece, volendo andare fuori, oltre a quello che conosciamo, mi suggerisci qualcuno da ascoltare in questo periodo, del panorama sardo? Così il tempo passa più in fretta e con più piacere! Uno o due, non barare.

Domanda non facile, se devo dirtene solo uno o due.. te ne dico tre.

Andrillo – Elusive (Soundtrack to Mark’s Diary) [Stay a casa & press play – Andrillo, ndr]

Apollo Beat – Sfera

Gianrico Manca Transition – Rizoma

Grazie mille

Grazie a te! Namaskar!

Rassegna Significante

About Nicola Manca

Nicola Manca
Economista, chitarrista mancato e cantante scarso, non demorde. Scrittore con diverse pubblicazioni alle spalle, coltiva con tenacia la sua passione per il mare, Moby Dick, il brazilian jiu jitsu e le vecchie motociclette. Da grande vorrebbe fare il guardiano di un faro.

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