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Attori-detenuti in scena a Cagliari con Beatitudo

Per la prima volta in Sardegna la Compagnia della Fortezza al Teatro Massimo con lo spettacolo Beatitudo

Sbarca per la prima volta in Sardegna la Compagnia della Fortezza. Sotto i riflettori gli attori-detenuti diretti da Armando Punzo con “Beatitudo”, in scena dal 24 al 28 aprile al Teatro Massimo di Cagliari per La Grande Prosa del Cedac.

“E’ uno spettacolo sulla ricerca della felicità”, spiega Punzo, regista e drammaturgo della compagnia nata nel 1988 nella casa di reclusione di Volterra. Un felice esempio di teatro sociale confermato da importanti riconoscimenti tra cui diversi premi Ubu. “E’ liberamente ispirato all’opera di Jorge Luis Borges – aggiunge Punzo- un autore che costantemente battaglia con la realtà, svelando come questa sia solo una delle possibilità, accanto alla fantasia e all’illusione”.

Una pièce visionaria in cui le parole dello scrittore argentino s’intrecciano alla colonna sonora di Andrea Salvadori in un’atmosfera onirica suggerita dalle scenografie di Alessandro Marzetti e dello stesso Punzo e dai costumi di Emanuela Dall’Aglio. Sfondo su cui appaiono, come evocati, i personaggi emblematici di romanzi e racconti. “Il teatro è luogo di libertà”, sottolinea Punzo nel ripercorrere i trent’anni e più della Compagnia.

Un progetto scaturito, quasi per caso, da un incontro: “Venivo dal Gruppo L’Avventura che aveva lavorato con Grotowski e non trovavo più nessuna seduzione nel modo di far teatro tradizionale o di ricerca, volevo lavorare con non attori, cercavo corpi e voci che non avevo incontrato in scena – racconta Punzo – e poi mi piaceva l’idea del carcere come metafora del nostro essere imprigionati come esseri umani pur credendoci liberi”. Cronaca di una utopia realizzata oltre paura e pregiudizi.

“Il teatro a Volterra ha cambiato il carcere, ha offerto l’opportunità di confrontarsi e riflettere, un luogo dell’avvilimento e della distruzione dell’uomo diventa un luogo della creazione dell’uomo. La potenza della cultura e dell’arte cambia la geografia del carcere e lo spazio interiore delle persone: si inizia a immaginare. Come scriveva Borges, voglio sognare un uomo e imporlo alla realtà”.

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