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I Am Hamlet, debutta al Teatro Centrale di Carbonia

Debutta sabato 16 marzo alle 20.45 al Teatro Centrale di Carbonia I Am Hamlet

Debutta sabato 16 marzo alle 20.45 al Teatro Centrale di Carbonia I Am Hamlet: la pièce scritta e diretta da Andrea Tedde – anche protagonista sulla scena insieme con Marta Proietti Orzella, Alessandro Fulvio Bordigoni Floriana Ancis – e incastonata nel cartellone de La Grande Prosa firmata CeDAC, racconta la vicenda surreale di un attore il quale, in seguito a un incidente, si immedesima con il personaggio che avrebbe dovuto interpretare.

Un dramma quasi “pirandelliano” in cui attraverso una serie di flashback l’uomo rivive vari episodi della propria esistenza, sempre con la convinzione di essere il Principe di Danimarca, finché arte e vita si mescolano e il presentimento della tragedia diventa reale: forse davvero egli potrà recitare la scena finale del testo shakespeariano e la fine dell’eroe con quella tanto desiderata, seppure involontaria “autenticità”…


Si alza il sipario su “I Am Hamlet” – originale pièce scritta, diretta e interpretata dall’attore e regista Andrea TeddeI Ha.

Una moderna tragedia in cui ricorre il tema centrale dell’ “Enrico IV” di Luigi Pirandello – ovvero l’identificazione di un attore con il suo personaggio, in seguito a un trauma, per cui teatro e vita si confondono finché diventa impossibile distinguere realtà e finzione: il protagonista, vittima di un incidente stradale alla vigilia della prima, si trasforma nell’Amleto shakespeariano, fino a ripensare la propria intera esistenza nei panni del Principe di Danimarca. In realtà le conseguenze sono ben più gravi di quel che egli si immagina, l’ipotetico risveglio è una proiezione della sua mente e tutto accade in una sorta di dimensione onirica, mentre si trova in stato di coma e sul suo letto d’ospedale si svolge la silenziosa lotta tra la vita e la morte: dalla memoria affiorano in una sorta di flashback momenti significativi del passato, in cui egli si vede come il malinconico eroe del dramma elisabettiano, prigioniero del dubbio e dell’incertezza, travolto da opposte passioni.

Il tempo sospeso il cui amici e parenti, medici e infermieri attendono ansiosamente un ritorno della coscienza e un segnale che egli possa ridestarsi da quel sonno troppo profondo diventa per il protagonista un viaggio a ritroso fra emozioni e ricordi, esperienze liete e dolorose, la riscoperta di antiche aspirazioni e dei suoi sogni d’artista – in crudele contrasto con la realtà.

“I Am Hamlet” realizza in chiave paradossale la perfetta immedesimazione tra interprete e personaggio, uno stato di grazia arduo da raggiungere e in questo caso forse irreversibile se l’aggravarsi delle condizioni del paziente lo condurrà suo malgrado a recitare con accenti di assoluta verità la scena della fine del nobile principe, tradito dagli amici e assassinato dai suoi nemici, grazie a un inganno e a un equivoco fatale. Questione cruciale – quella dell’interpretazione verosimile della morte sulla scena, quindi dell’aderenza al reale attraverso l’artificio, su cui si son confrontati grandi filosofi – e che porta all’estremo il dilemma dell’attore, quella necessità di rendere credibile nella finzione l’esistenza e la forma stessa del personaggio, trovando il giusto equilibrio tra l’adesione e il distacco, quella indispensabile capacità di guardarsi e dirigersi dall’esterno,  in virtù delle convenzioni e della complicità del pubblico ma anche e soprattutto della propria arte e del proprio talento istrionico.

La pièce insomma affronta – attraverso una vicenda particolare – un argomento fondamentale nell’etica e nell’estetica teatrale, intorno a cui si gioca la seduzione del pubblico e in certo qual modo il valore e l’importanza della rappresentazione come del mestiere dell’attore: un interessante meccanismo già indagato da autori come Pirandello, ma che appartiene anche alla dimensione del quotidiano in cui tutti ci ritroviamo più o meno consapevolmente a recitare una parte agli occhi degli altri.

Sul filo della suspense l’evoluzione della malattia del protagonista conduce a due effetti opposti: tanto più si aggraverà tanto meglio egli riuscirà a raggiungere l’obiettivo di diventare fino in fondo Amleto – attingendo alle proprie sensazioni e emozioni, in una versione estrema del metodo elaborato da Lee Strasberg per l’Actors Studio, mentre la guarigione comporterebbe una regressione dei sintomi e dunque un ritorno all’iniziale dilemma interpretativo dell’immedesimazione con il personaggio e della possibilità di creare per il pubblico l’illusione della realtà.

In un letto d’ospedale l’attore ignaro lotta per sopravvivere, il suo presente è determinato dalle macchine e il futuro resta appeso alla sua capacità di reagire a stimoli e cure, per ripercorrere all’indietro il tragitto per uscire dal coma – due piani narrativi che s’intrecciano, come si fondono vita e arte. Al pubblico infine l’ultima parola e il compito di definire il confine tra realtà e finzione.

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