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Le cicatrici e la rinascita di una terra devastata dal terremoto del 1980

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Le cicatrici e la rinascita di una terra devastata dal terremoto del 1980
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Irrompe un rumore forte quasi come lo scoppio di una bomba e poi, una scossa interminabile e devastante: alle 19.34 del 23 novembre 1980 un violentissimo terremoto di magnitudo 6.9 colpisce alcuni territori del Mezzogiorno d’Italia, una vasta area della Campania settentrionale, la Basilicata centro-settentrionale e alcune zone della provincia di Foggia. Nelle aree più colpite – a cavallo tra Irpinia, Basilicata e Cilento – sono gravemente danneggiati 337 comuni che perdono buona parte del patrimonio abitativo.

Il terremoto del 1980, un terribile evento considerato come tra le più pesanti tragedie della storia del nostro Paese, resta impresso e vivido nella mente di chi è sopravvissuto.

Mettere in salvo se stessi e cercare i propri cari sono le prime istintive reazioni della popolazione colpita. Le linee elettriche e le comunicazioni tra le zone terremotate e il centro si interrompono; la circolazione ferroviaria si arresta completamente e la penisola rimane tagliata in due. La situazione è ulteriormente aggravata dalla popolazione che, in preda al panico, cerca di fuggire bloccando le principali arterie stradali. La gestione dell’emergenza è caratterizzata da notevoli difficoltà e ritardi.

I primi soccorsi risentono della totale mancanza di coordinamento: volontari, strutture regionali e autonomie locali si mobilitano spontaneamente senza aver avuto indicazioni e precisi obiettivi operativi dal Ministero dell’Interno.

La presenza dello Stato è evidenziata dalla tempestiva visita del Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini nelle zone colpite dal sisma: con il suo accorato appello del 26 novembre, si accelera l’ondata di solidarietà e dei soccorsi. “Qui non c’entra la politica, qui c’entra la solidarietà umana, tutti gli italiani e le italiane devono sentirsi mobilitati per andare in aiuto di questi fratelli colpiti da questa sciagura. Perché credetemi il modo migliore per ricordare i morti è quello di pensare ai vivi”, disse.

Spinti da un forte senso di generosità e solidarietà, migliaia di volontari partirono da tutta Italia per le zone terremotate per soccorrere chi era in difficoltà e il sostegno ricevuto dagli emigrati, rientrati per aiutare le famiglie di origine. Dare una mano era il loro imperativo.

Le cicatrici dell’immediato dopo-sisma

Le cicatrici dell’immediato dopo-sisma furono tremende: quasi 3.000 morti, 9.000 feriti, 280.000 sfollati, interi paesi rasi al suolo e altri profondamente danneggiati. E poi il dolore, la paura, il ritardo dei soccorsi, il cinismo di chi approfittò della sciagura per arricchirsi, gli sprechi e gli affari.

Ma insieme ai problemi della ricostruzione dell’Irpinia e della Lucania, resta una grande eredità sul fronte dei valori solidali e dell’organizzazione, che allora fu spontanea e improvvisata.

Grazie alla Protezione civile, nata nel 1992 proprio sulla spinta delle carenze manifestate nell’80, oggi l’Italia è un Paese-modello in termine di “gestione del rischio”. Un sistema organizzato e coeso che provvede a tutto ciò che è finalizzato a tutelare l’integrità della vita, i beni, o dal pericolo di danni derivanti da catastrofi e da altri eventi calamitosi.

Un modello di resilienza che nasce dal grande esempio dello slancio generoso di chi si mise in cammino per aiutare, in quel drammatico novembre del 1980: un patrimonio valoriale concreto da tutelare e valorizzare ancora oggi, di fronte alle emergenze attuali, quelle che rischiano di minare e rendere peggiori i rapporti e le relazioni sociali.

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