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Intervista a Vincenza Lorusso

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Intervista a Vincenza Lorusso
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Dal 28 settembre al 2 Ottobre torna Strangius Festival. Tra gli ospiti Vincenza Lorusso, che presenterà il suo libro “Le radici nell’acqua”.

Il Festival Letterario Internazionale della Letteratura Autobiografica Stràngius giunge alla sua V edizione. L’evento si terrà a Serramanna dal 28 settembre al 2 ottobre si svolgerà nei bixinaus antigusu, ovvero gli antichi rioni del paese. Il programma prevede presentazioni, reading letterari, mostre, incontri con le scuole e premiazioni. Quest’anno il tema scelto è “Rifiuti. Ricchezza o danno?“. Una frase di Pier Paolo Pasolini, di cui quest’anno ricorre il centenario dalla nascita, tratto da “La religione del mio tempo“.

Tra i tanti ospiti che si susseguiranno, la dottoressa Vincenza Lorusso, che presenterà il suo libro “Le radici nell’acqua” (Europa Edizioni). Appuntamento venerdì 30 settembre alle ore 17 per l’incontro con l’infettivologa, che verrà coordinato da Ilaria Piras.

Biografia di Vincenza Lorusso

Vincenza Lorusso nasce a Gravina in Puglia, il 17 Gennaio 1967. Dopo aver conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli studi di Siena, lavora in Paesi africani (Angola, Tanzania, Mozambico e Uganda) e dell’America Latina (Guatemala e Brasile). In particolare, nel 1994 parte per la sua prima esperienza da volontaria in Guatemala. Da 4 anni si occupa di Medicina delle Migrazioni attraverso Emergency e Croce Rossa. Attualmente, lavora come infettivologa presso il Policlinico Umberto I a Roma. Ma non esclude di continuare il suo lavoro nei Paesi in via di sviluppo.

Il libro

le radici nellacqua

Le radici nell’acqua” raccoglie le testimonianze di ventisei anni di cooperazione internazionale. Vincenza sogna di lavorare come medico nei Paesi in via di sviluppo, per aiutare gli ultimi. Ed il suo sogno diventa realtà. La giovane studentessa di medicina parte carica di passione e dedizione. Tanto che nemmeno un attentato che rischia di toglierle la vita a 27 anni riuscirà a dissuaderla dal raggiungere il suo obbiettivo. La dottoressa si racconta attraverso le sue missioni in giro per il mondo. In Angola, Tanzania, Mozambico, Uganda, Brasile. Sempre insieme alla sua piccola Emily. Dall’infanzia pugliese in una famiglia legata alla terra e alle tradizioni, parte per realizzare i suoi sogni da bambina. Emozioni, soddisfazioni, amori ma anche sofferenze di una vita spesa per il prossimo.

Dottoressa Lorusso, “Le radici nell’acqua” è il suo primo libro. Cosa l’ha spinta ad approcciarsi alla scrittura?

Ho scritto questo libro per raccontare la mia storia. Non mi reputo una scrittrice, anche se fin da bambina mi piaceva scrivere e tenevo un diario. Ma, ad un certo punto della mia vita, una serie di coincidenze mi hanno portato a scrivere questa biografia, intitolata “Le radici nell’acqua”, e che racconta della mia esperienza di vita un po’ particolare.

Perchè ha deciso di lavorare come medico nei Paesi in via di sviluppo, dedicando la propria vita agli ultimi?

È un sogno le cui origini sono da ritrovare nella mia infanzia. Quando ero bambina, infatti, fui ispirata dalla figura di Madre Teresa di Calcutta. Inizialmente non sapevo bene chi sarei diventata da adulta, se una suora o un medico. Nel tempo, la vocazione religiosa si è persa. Ma è rimasta l’idea di diventare medico. E, soprattutto, di recarmi in quei Paesi in cui il bisogno è maggiore a causa della mancanza di personale e della precarietà delle strutture sanitarie. Durante il periodo universitario ho vissuto una breve esperienza in Kenya e lì ho avuto la conferma che il lavoro che desideravo fare era proprio questo. La mia determinazione mi ha dunque portata a conseguire la laurea in medicina e poi a partire all’estero. Da quel momento non mi sono più fermata. I Paesi africani e sudamericani mi affascinavano, lì mi sentivo bene ed esercitavo la mia professione di medico con grande soddisfazione.

Durante il suo viaggio in Guatemala, lei è stata ferita a causa di un attentato ma questo episodio non l’ha fermata. Che cosa le ha permesso di superare la paura e andare avanti nel suo percorso?

I miei ideali si sono trasformati in un progetto di vita. Dunque, l’attentato in Guatemala non è stato altro se non un incidente di percorso. Quella era la mia strada e probabilmente niente mi avrebbe fermata dal conseguire i miei scopi. Infatti, neanche una fucilata alla testa è stata sufficiente a scoraggiarmi.

Al suo fianco ha poi avuto una compagna di viaggio particolare, sua figlia Emily. Crede che questa esperienza abbia influenzato positivamente la sua crescita e la sua educazione? Se sì, come?

I figli seguono un po’ il destino dei genitori. Emily era un fuori programma che, comunque, non ha ostacolato le mie scelte. Credo che quest’esperienza sia stata positiva per lei. In quanto è cresciuta in un ambiente diverso, a contatto con culture diverse. Si è potuta confrontare con una realtà sicuramente differente da quella italiana. Questo le ha permesso di diventare una ragazza matura, con dei solidi valori. Vivere in una realtà caratterizzata dalla povertà estrema le ha permesso di dare valore a ciò che aveva. Ovviamente, ha dovuto affrontare anche vari problemi: dalle difficoltà logistiche alla mancanza di acqua. Ma gli ideali di solidarietà e condivisione che ha acquisito credo siano stati una nota positiva.

Da medico, invece, cosa le hanno insegnato le missioni in Africa e America Latina?

Lavorare nei Paesi in via di sviluppo mi ha segnata. Si lavora in condizioni difficili, con poche possibilità diagnostiche e terapeutiche. Ma proprio la possibilità di adoperarsi nella semplicità e nella povertà di questi luoghi per aiutare il prossimo, mi fa sentire bene. Così come il contatto che si instaura con il paziente, un contatto umano che prescinde dal lavoro svolto per la sua salute. Posso affermare che queste esperienze mi hanno dato gioia, emozioni. Ma il mio essere medico è dentro di me e rimane lo stesso anche qua in Italia. L’umanità e l’empatia che mi uniscono ai pazienti sono uguali.

La dottoressa Lorusso è anche promotrice di un progetto, “The Next Generation Programme”, a favore della lotta alla malnutrizione. Può spiegarci in cosa consiste?

Si tratta di un progetto di Medici con l’Africa Cuamm che, per l’appunto, ha come scopo la lotta alla malnutrizione. È un tema che affronto anche in un capitolo del mio libro, dedicato a Shedrack, un bambino simbolo della malnutrizione infantile. Si tratta di un progetto che cerca di combattere quella che, a mio parere, è una delle vergogne maggiori dell’umanità. Al giorno d’oggi si investe tanto per le missioni spaziali, per le guerre, per gli animali domestici. Ma i bambini continuano a morire di fame. Per noi morire di fame è una frase banale, la utilizziamo spesso nel quotidiano. Tuttavia, vedere l’agonia di un bambino di due o tre anni fino ad arrivare alla morte a causa della mancanza di cibo, è una delle esperienza più devastanti che si possano provare. Dobbiamo portare avanti questa lotta perché non si può essere condannati alla morte a pochi anni di vita per via dell’assenza di cibo.

About Laura Piras

Studentessa della facoltà di Scienze Politiche. Vivo a San Sperate, un paese a circa 20 minuti da Cagliari. Mi piace seguire l'attualità e discuterne. Sono impegnata nel mondo del volontariato da circa 4 anni presso un'associazione di soccorso.

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