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Piano di ripresa, le richieste degli ambientalisti

Dopo l’appello congiunto a fine anno scorso e la successiva convocazione di Legambiente, Greenpeace e Wwf da parte del premier Mario Draghi; gli ambientalisti tornano alla carica elaborando – insieme ai colleghi di Kyoto Club e Transport&Environment – un pacchetto di proposte legato alla decarbonizzazione per il nuovo Piano nazionale di ripresa e resilienza che sta elaborando l’esecutivo.

Le novità, rispetto alla bozza approvata dal Governo Conte, potrebbero essere significative. Il neo-ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ieri ha anticipato che il nuovo Pnrr allocherà «80 miliardi di euro in 5 anni in progetti verdi». Ma gli ambientalisti chiedono: ad esempio che «almeno il 50% delle risorse del fondo Next Generation EU sia indirizzato a progetti legati alla decarbonizzazione». Si tratterebbe di circa 100 miliardi di euro.

Risorse da spendere tenendo conto di cinque principi chiave: «Nemmeno un euro ai combustibili fossil; non basta che siano verdi, i progetti devono essere significativi; non bastano progetti servono riforme; implementare e monitorare; spendere per innovare».

Soprattutto, gli ambientalisti chiedono che i capitoli di spesa siano accompagnati da un programma di riforme in supporto alle strategie settoriali di lungo periodo

Soprattutto, gli ambientalisti chiedono che i capitoli di spesa siano accompagnati da un programma di riforme in supporto alle strategie settoriali di lungo periodo; per ciascuna delle “dimensioni significative” individuate (ovvero rinnovabili, trasporti, efficienza energetica, industria).

Per quanto riguarda le rinnovabili, ad esempio, per gli ambientalisti il Pnrr «dovrà essere in grado, partendo dalla riforma delle autorizzazioni, di portare almeno 6.000 MW di rinnovabili elettriche l’anno, con interventi attenti a minimizzare il consumo di suolo».

Una richiesta che parte dalla constatazione di uno stato dell’arte opposto. “Le rinnovabili sono competitive sul mercato italiano, il loro sviluppo è bloccato dall’impossibilità di ottenere autorizzazioni in tempi ragionevoli e da un mancato completamento delle policy nazionali. Dopo anni di forte sviluppo e costi elevati per il sistema, le rinnovabili da circa 10 anni si sono fermate, in tutto il programma rinnovabile italiano la policy non è riuscita a costruire un sistema industriale attorno alle tecnologie Fer», come mostrano da ultimo anche i dati Gse ed Enea.

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