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Antigone in tournée nell’Isola sotto le insegne del CeDAC

Il dilemma di Antigone nell’Isola per La Grande Prosa del CeDAC: la celebre tragedia di Sofocle – nella mise en scène di ATIR/ Teatro Ringhiera per la regia di Gigi Dall’Aglio

Focus sul dilemma tra fede e ragione in Antigone – in tournée nell’Isola sotto le insegne del CeDAC per la Stagione 2018-2019 de La Grande Prosa: l’immortale tragedia di Sofocle –in cartellone – dopo il debutto in prima regionale – martedì 26 febbraio alle 21 all’Auditorium Centro Culturale di Dorgali – nell’ambito del Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo in Sardegna – affronta temi cruciali come la responsabilità individuale e la disubbidienza civile di fronte ad una legge ingiusta.

Sotto i riflettori un’affiatata compagnia – in cui spicca il nome di Arianna Scommegna (già vincitrice del Premio Lina Volonghi ’96 e del Premio della Critica 2010, nonché del Premio Hystrio 2011 e del Premio Ubu 2014) nel ruolo della protagonista, l’eroina simbolo della ribellione contro un potere autoritario e spietato, in nome di un più antico e innato senso di giustizia e pietas – accanto a Aram KianAnna CoppolaStefano OrlandiFrancesca PorriniDavid Remondini e a una convincente Sandra Zoccolan che dà voce al coro sullo sfondo di una città dell’antica Grecia, evocata nelle scenografie di Federica Pellati e nei costumi di Katarina Vukcevic (con supervisione artistica di Emanuela dall’Aglio) e con il disegno luci di Giancarlo Salvatori a dipingere atmosfere e stati d’animo – tra mito e realtà.

“Antigone” – nella mise en scènedi ATIR / Teatro Ringhiera (con la collaborazione di Fondazione Teatro Donizetti), con traduzione e adattamento a cura di Maddalena Giovannelli, in collaborazione con Alice Patrioli e Nicola Fogazzi, per la regia di Gigi Dall’Aglio –  mette in risalto il conflitto tra la ragione di stato e le ragioni del cuore, tra una decisione di matrice tutta “politica” allo scopo di celebrare la pace presente e futura e consolidare il governo, al termine di una guerra fratricida, e l’obbligo morale e religioso di rendere gli onori funebri ai defunti. L’editto di Creonte, salito al trono dopo la morte per reciproca mano, in fatale duello, dei figli di Edipo, Eteocle e Polinice, impone splendidi funerali per il primo, caduto in difesa di Tebe (ma pure sempre “usurpatore”, essendo venuto meno al patto che sanciva l’alternanza dei due fratelli) e infierisce sulle spoglie del secondo, perito durante l’assedio della città alla testa di un esercito, nel tentativo di riconquistare il potere.

Il decreto che impone di abbandonare i poveri resti di Polinice alla mercé di cani e uccelli, affinché ne facciano strazio, come monito per quanti mirino a conquistare con la forza il governo della polis, rinnega le consuetudini e i principi e contrasta con il sentimento della pietas: Antigone si rifiuta di obbedire ad una norma crudele e ingiusta e, come preannunciato alla sorella Ismene, con il favore delle tenebre si reca a compiere il rito funebre. L’atto temerario della fanciulla suscita l’ira del sovrano il quale dapprima, ignaro, accusa suoi presunti nemici ovvero facinorosi contrari al suo governo, per poi scoprire che il “tradimento” o meglio il seme della rivolta abita nella sua stessa dimora: la “rea” è in realtà la figlia di Edipo e Giocasta, quindi sua nipote nonché futura nuora perché promessa sposa di Emone. Sul capo di costei pende ora la pena capitale.

La negazione della sepoltura infrange una legge arcaica e viola la “sacralità” del corpo, facendolo oggetto di un oltraggio ulteriore dopo che lo spirito ha varcato l’estrema soglia: l’intera comunità si stringe intorno ad Antigone, inorridisce per il rigore e l’irremovibilità di Creonte, insensibile perfino alle suppliche del proprio figlio Emone, e assiste al precipitare degli eventi, in un drammatico crescendo, fino all’inevitabile catastrofe. Infine il re, nella cui mente risuonano le infauste profezie dell’indovino Tiresia, cede e revoca la condanna, ma Antigone, sepolta viva in una tomba e mandata incontro alla morte, si è già tolta la vita. E abbracciato a quel corpo esanime si uccide anche il giovane principe. La tragedia colpisce i potenti non meno degli umili e distrugge la casa del re: ammutolita dal dolore si suicida anche la regina Euridice.

Creonte rimpiange invano la propria cecità e stoltezza, la propria arroganza che l’ha spinto a sfidare perfino il volere degli dèi: l’hybris che aveva perduto Edipo, quell’ardire che induce a superare i limiti e infrangere le regole conosciute, provoca conseguenze tremende e sancisce la fine della stirpe regale. Il trono di Edipo rappresenta la tentazione del potere, che stravolge l’esistenza di un sovrano che si era illuso di riportare pace e prosperità, senza riuscire a rinunciare al gusto di una vendetta efferata per poi irrigidirsi nelle proprie posizioni, fino a diventare egli stesso causa di nuovi lutti.

Creatura meravigliosa e terribile è l’uomo – sostiene il coro in uno degli stasimi che fanno da contrappunto allo svolgersi dell’azione, per poi considerare come, a fronte di quell’intelligenza e operosità, quel vivace ingegno possa facilmente volgersi al male e nel contempo quanto effimere siano le gioie e quanto facili i rovesci della sorte, quanti e imprevedibili i colpi del destino. Nei versi di Sofocle è racchiusa la sapienza degli antichi e la consapevolezza dell’amara verità su come sia vano quell’agitarsi, quel soffrire e sperare, e come il successo sia arduo da raggiungere e ancora più difficile da trattenere e quanto la superbia offuschi la lucidità dei pensieri. Il re di Tebe riflette l’ambiguo volto del potere, in bilico tra autorità e tirannide, e Antigone, la giovane donna che affronta a viso aperto i pericoli e non teme la morte, incarna lo spirito ribelle e rivoluzionario, pronta a infrangere le leggi in nome di un più alto senso di giustizia, sulla spinta di un profondo e inestinguibile desiderio di libertà.

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