“Il cielo non è un fondale”: il teatro delle apparenze

Introspezione sul confine tra finzione e realtà, tra esteriorità e interiorità

Il cielo non è un fondale e l’apparenza non è il reale. Lo spettacolo ideato da Antonio Tagliarini e Daria Deflorian nasce per andare oltre tutti quegli schemi preconcettuali dettati dall’esteriorità. La finzione dell’essere, rifugiato abitualmente dentro una corazza, acquisisce così il ruolo di primo piano nella performance. In scena sul palco, insieme a Deflorian e Tagliarini, anche Monica Demuru e Francesco Alberici. Tra canzoni a cappella, confidenze, memorie, conversazioni e monologhi gli attori si confrontano sulla distanza esistente tra la realtà e la finzione.

Il palcoscenico risulta scarno e privo di adornamenti scenografici: è talmente spoglio da risaltarne tutta la sua essenza, con le sue numerose luci, le sue impalcature e il pavimento ligneo. Gli unici elementi presenti sono un termosifone e uno sfondo completamente nero, colore ponderato e per nulla marginale poiché rispecchia il tema dello spettacolo. Infatti il nero per antonomasia simboleggia l’ambiguità, la segretezza, la negazione. Secondo le leggi della natura è l’unico colore che assorbe la luce piuttosto che rifletterla, rendendola invisibile all’occhio umano. Dunque la parete nera altro non è che una metafora per indicare il rapporto tra ciò che generalmente siamo e ciò che invece sembriamo essere. Gli attori in scena, tra sogni e ricordi, riflettono sulla consapevolezza, o inconsapevolezza, dell’invisibile.

«Come si fa a sapere del mondo? Quali sono le circostanze che mi hanno portato qua?», si chiede Daria Deflorian durante l’esibizione. Il mondo preso in considerazione è quello della psiche umana, non solo la propria bensì anche quella altrui: si tratta di un luogo dal quale non è possibile fuggire. I filtri con cui raccontiamo lo spazio che ci circonda sono infatti soggettivi e allo stesso tempo imprescindibili per nostra natura. La diretta conseguenza è che ognuno ha un contatto differente sia con il prossimo che con la quotidianità: la tendenza è quella di considerare lo spazio esterno secondo i nostri punti di vista e le esperienze pregresse, creando l’illusione di poter comprendere o giudicare qualsiasi cosa. Di conseguenza un venditore di rose, una ragazza che fa l’elemosina o una donna che va a fare la spesa acquistano valori diversi a seconda dello sguardo di chi osserva. Ma quali sono i problemi che interiormente li affliggono, al di là dell’apparenza? È davvero possibile conoscere gli altri? È così che, in un groviglio di riflessioni e domande, anche un anonimo oggetto d’arredo come un termosifone prende vita, rivestendo un’utilità che supera quella del mero riscaldamento: esso diventa simbolo di conforto, di protezione, di estraniamento dal mondo esterno. Un’àncora a cui aggrapparsi, a cui stare accanto mentre si legge un libro di Dostoevskij sui problemi della vita, distanti dai problemi della vita. Ciò che “Il cielo non è un fondale” fa emergere è un’idea precisa: il rapporto con il mondo reale è più complesso di quanto appare.

Simone Cadoni

simone.cadoni@unicaradio.it

FOTO: Dietrich Steinmetz

 

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